Grecia. Branding di una bandiera

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Come si vendono i paesi. Qual è il loro valore spendibile nella comunicazione.  Quali sono i lead che guidano la scrittura quando se ne parla. Ha detto Claudio Magris che un grande passato non assolve dalle carenze del presente. Ma nel bianco azzurro che ha riempito i reportage, nella faccia finalmente riconoscibile di un capo di governo (giovane, azzardato, forse anche abile a muovere le emozioni di un popolo), una faccia che almeno si ricorda (chi riesce a dare un volto a Tusk, l’altro olandese che dicono sia un duro, e a tutti gli altri nomi scritti sulle porte degli uffici di Bruxelles?);  nel bianco azzurro greco ha brillato una verità di cui la comunicazione politica ha assoluto bisogno. E che potrebbe dare alla modesta performance politica di oggi la grandezza ormai lontana del passato.

La ristrettezza, che preme e condiziona, non ha condotto un popolo a cedere la dignità. Il bianco azzurro povero della brand Grecia sale di valore. Ci riporta – oltre a ore di perfetta felicità all’ombra di una tettoia di canniccio, le spalle contro un muro di calce e davanti il mare eterno – modelli di comportamento che sì, senza retorica, possiamo mettere accanto a quelli della classicità, troppo citata e solo poche volte nella storia praticata.

Nei giorni di Tsipras e Syriza la brand bianco azzurra, nonostante gli imbrogli dell’altrieri e tutta l’approssimazione mediterranea, vive. Perchè – come le nazioni, che di idee vivono e di solo tecnicismo politico muoiono – si è nutrita di immagini che ognuno può capire e abbracciare.

bandiera olandese

Provate a usare la brand orange. Vendete l’Olanda. Noi non sapremmo come incominciare.
Soldati che a Srebrenica perdono l’occasione della loro vita: difendere con le armi quelli che sarebbero stati assassinati. Manca il lead, impossibile raccontare.  L’arancione della tolleranza e della buona gestione è una brand della vergogna.

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