Grissinbon, cattiva radio

33 Rembrandt -  la cena in Emmaus

 

Per il ricordo di una nonna che sapeva la fatica di farlo e venderlo, abbiamo rispetto del pane.

Quello che avanza, specialmente se è intatto, lo deponiamo – di gettarlo non ce la sentiamo – nella raccolta differenziata con il vago senso di sporcare qualcosa.

Il bianco, forse, che gli appartiene come a poche altre cose. O forse il sacro, che in occidente si è mischiato per sempre con acqua, farina e con la stessa parola “pane”.

Criticare il comunicato radio dei Fagolosi Grissinbon, a cominciare dal nome di prodotto col giochino dentro, sarebbe facile. Più complicato è dire che cosa offende in quello che resta un venti secondi commerciale come ne passano tanti in radio.

Ci sono due che parlano di pane.
Eh sì, chi ha pane non ha denti e chi ha denti non ha pane, dice lui.
Ma in fondo, a noi che ce ne importa? dice lei.
Poi, insieme, concludono che loro hanno i Fagolosi. E ridono.
Ridono come in un mediocre film in costume un nobile ricco e cattivo riderebbe di un povero.

Il copywriting in pubblicità deve servire i prodotti, ma è inevitabile che evochi anche altro. Questo altro – che è poi la realtà della vita e dei sentimenti – nella pubblicità ben scritta si accende per un attimo e attrae, in quella scritta male apre un fondo oscuro.

La pretesa leggerezza di Grissinbon genera, senza volerlo e saperlo, associazioni incontrollabili. Immagini di un’antica sofferenza, fame, la colpevole distrazione di chi ha nei confronti di chi manca del necessario…

Anche nella pubblicità di quella che pare solo un’innocente marca di grissini, meglio non ridere del pane. O almeno non così.

(Rembrandt, Cena in Emmaus)