Il punto del copywriter – 2

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Nel corso di un forum promosso dall’edizione online del Guardian su come si è evoluta la professione del copywriter, Oliver Wingate ha scritto:

La connessione fra copywriter e poeti fa parte di un vecchio cliché, lo riconosco pienamente. Qualcuno vi ha fatto riferimento come a un problema o a una debolezza. Ma fra gli uni e gli altri esiste una stretta relazione, perchè tutti e due si dedicano a condensare, riducendo all’essenziale … I copywriter che non hanno imparato o si rifiutano di imparare da questa connessione con la poesia, non meritano, secondo me, di essere chiamati copywriter … Non vedo perchè dovremmo riempire la gente di parole, quando chiunque ci è grato se siamo stati brevi.

Noi pensiamo che le due attività – copywriting e scrivere poesie – restino separate, se non altro in base a ciò che le rende possibili: per l’una un briefing, per l’altra ciò che chiamiamo ispirazione.

Ma nella tecnica, lì sì che l’accostamento ci tenta. Aggiunge Rishi Dastidar, che pratica la scrittura pubblicitaria e quella poetica:

In quanto poeti, siamo alla ricerca di un linguaggio che trovi posto nella memoria e sia capace di articolare ciò che altrimenti non sapremmo esprimere. E questo è ciò che ogni bravo copywriter, consciamente o inconsciamente, dovrebbe fare.

Ecco: nella cura delle parole, nel rispetto per se stessi e per il lavoro che fanno invidiamo un po’ i colleghi che hanno discusso sul Guardian.

(E quanto abbiamo odiato l’abbreviazione gergale “copy”. Il semplice suono di “sei un copy?”, “serve un copy” ha il  potere di ricordarci tutta l’approssimazione e la rozzezza incontrate nelle nostre agenzie di pubblicità.)

(immagine: caratteri di piombo Dove, ripescati dal Tamigi dove li aveva affondati il loro creatore)