IWM. Storytelling da guerra

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Chi ha avuto la fortuna e la costanza ( la durata supera le 3 ore) di vedere il documentario “National Gallery” di Frederick Wiseman, ha aperto gli occhi su cosa significhi far vivere una grande istituzione culturale di oggi.

Mentre sulla facciata che guarda Trafalgar Square scorre il XXI secolo, all’interno una domanda principale impegna i diversi gruppi operativi. Dalle riunioni di amministrazione alle prove di allestimento, dai laboratori di restauro alle visite guidate il problema principale non è come conservare l’immenso lascito, ma piuttosto come raccontarlo. Come spiegare agli uomini e alle donne contemporanei che quel quadro, proprio quello, ha ancora da dire qualcosa, e che quel qualcosa è lì per interrogare individualmente proprio te.

Trattate in questo modo – che ha le radici in una conoscenza profonda ma non si fa intimidire dall’opera, per quanto sublime essa sia – l’arte e la storia producono l’educazione collettiva tante volta invocata e, finalmente, anche l’altrettanto atteso business.

Con la cultura e la storia si vive e si fanno soldi. Si creano posti di lavoro e flussi turistici. Lo scontro fra puri tutori del bello e chi vuole che esso sia anche utile – scontro che da noi si blocca in una guerra di posizione – all’interno della National Gallery diventa dialettico. Accompagna la discussione e produce quelle soluzioni dove tipicamente fa scintille il valore aggiunto del nostro tempo. La comunicazione.

Nel centenario delle Grande Guerra, che per gli inglesi cadeva nel 2014, anche il brand IWM, sotto il quale sono raccolte le diverse sedi dell’Imperial War Museum sparse sul territorio inglese, ha ripensato la sua missione.

Gli inglesi con le loro guerre hanno certamente meno problemi di noi, se non altro perchè le hanno vinte quasi tutte. Tuttavia bisogna ammettere che questo restyling è bellissimo (difficile anche solo impostare un confronto con il sito del Museo della guerra di Rovereto) e fa riflettere.

Per esempio sulla facilità con cui a volte crediamo che un sito mediamente interattivo e un’ app siano la chiave che farà entrare un’istituzione nella contemporaneità. Dietro il nuovo allestimento dell’IWM, invece, devono esserci stati ancora pensiero e scrittura. Non sappiamo se è stato un unico documento strategico o più relazioni affidate a un team come quello della National Gallery. Fatto sta che la narrazione – narrazione che cuce insieme migliaia di schegge e narrazione di cosa IWM vuole rappresentare – è venuta prima di tutto.

E questo spiega perchè ogni scelta appaia così esatta.

Cioè non elegante, scenografica, emozionante e chiara. Ma elegante, scenografica, emozionante e chiara per lo specifico tema, la guerra, che il percorso affronta salendo per cerchi come un purgatorio.

Incominciamo dall’Identità grafica. L’idea base, quella che spiega perchè esiste un museo della guerra, è già tutta nel nuovo logo. Sintetizzata e resa visibile.

“Spiegamelo come se avessi soltanto quattro anni”, dice Denzel Washington in “Philadelphia”. Se avessimo chiesto a uno fra i tanti bambini che affollavano l’IWM in una bella domenica di maggio, perchè il marchio e tutte le immagini dell’ IWM sono spezzati in tre, immaginiamo che avrebbe saputo dare la risposta giusta.IWM_tangram_logo

Il rettangolo di IWM è spezzato all’altezza della W perchè ogni guerra, e le due ultime mondiali specialmente, spezza e fa deflagrare tutto. Non si dice forse che una guerra scoppia? Non è poi quello che rimane un ammasso di  schegge, troncature, fratture, mutilazioni? La guerra interrompe la lineare ripetizione delle abitudini del tempo di pace. Un museo della guerra perciò esiste per ricomporre schegge e dare conto di una frattura. Chiaro, no?

Poi c’è l’uso sensato dei nuovi mezzi. Il successo dell’innovazione, qui, dipende da quanto è profondo il legame che unisce la tecnologia con l’argomento trattato.

Audiovisivi. Per esempio, quando si arriva al capitolo disumano dell’uso dei gas asfissianti, siamo accolti da un salottino circolare. Al centro, il piano di un tavolino rotondo si anima di immagini che, proprio per la forma del mezzo, è impossibile collocare da uno dei lati del fronte. Capiamo così che la gassificazione come strumento di sterminio nelle trincee è stata praticata da tutti. E l’audio lo conferma in un loop allucinante: politici e militari ripetono all’infinito di non essere stati stati i primi, ma di avere reagito a un’aggressione. Il gas arriva sullo schermo come un soffio di lieve nebbia bianca. Nell’unica piccola teca di vetro è esposto un guantino di pelle. Sembra quello di un bambino, ma è stata l’esposizione a una chimica mostruosa a ridurlo così sul fronte occidentale.

Internet. Il sito di un museo deve rispondere prima di tutto al bisogno del pubblico di capire che cosa potrà vedere e pianificare una visita. Non deve in nessun modo sostituirsi all’esperienza diretta. Piuttosto, come avviene nel rapporto tra una grande testata giornalistica e la sua edizione online, deve proporre esperienze diverse, come quelle che fanno diventare il visitatore virtuale membro attivo dell’istituzione.

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In www.museodellaguerra.it, il sito di Rovereto, è possibile donare foto, lettere, oggetti che rimandino alla memoria delle guerre e che il Museo conserverà. La lista aggiornata dei donatori, consultabile anno per anno, è il filo sottile che continuerà a unire il ricordo personale a quello di una comunità.

Nella dimensione della community si è mosso anche l’IWM con livesofthefirstworldwar.org – una comunità allargata e perpetua, però, grazie a un ricordo tramandato e potenziato dal digitale.

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La base è la lista di più 8 milioni di uomini e donne che attraversarono con vari compiti il primo conflitto mondiale, che oggi può essere consultata e completata con notizie e foto. I profili e le storie personali possono essere seguiti nel loro farsi. Nomi e numeri di matricola ritrovano un volto e ci guardano da magnifiche foto seppiate. Una time line li accompagna fino alla casella della morte in un ‘operazione di storiografia collettiva che è virtuale, ma commuove per la sua verità.

Un facebook di vite piene di senso a disposizione di chi ne cerca uno nella sua vita di oggi.