Luxury brands. Scrivere su commissione

Pubblichiamo un testo commissionato da una brand italiana del lusso.

borsa

Oggetti soggetti.
1. La cartella

Quando vi annunciano che i due nuovi grattacieli con i quali Chongqing entrerà nel gotha delle più turrite città del mondo saranno vostri, capirete bene che provare un senso di onnipotenza è umano. Dopo tutto, la chiamata dell’ingegner Zeung Li – i cinesi ammettono questo tipo di confidenze solo fra parigrado – è arrivata proprio a me, che in questo studio di archistar , parola di moda ma almeno breve, sono l’ingegnere. E mentre Zeung il Cerimonioso loda il nostro progetto, penso che in fondo i calcoli delle due torri asimmetriche in acciaio e vetrocemento li ho fatti e firmati io. Nella leggera torsione che sembra intrecciarle l’una all’altra – “simboli di Ingegno e Bellezza uniti come in un ideogramma”: parole dell’archistar – , permettendogli tuttavia di stare in piedi, c’è una conoscenza tutta mia dei materiali e della loro resistenza, qualcosa che sta nascosto dentro le particelle, ma che farà leggere il mio nome, come un perfetto riflesso delle superfici specchianti, in ogni immagine futura di queste strutture. Per sempre.

Per sempre? Il dubbio mi è venuto quando ho preso la cartella, ci ho infilato pad, giornale e una stampa extra-lusso del rendering da far vedere a mia moglie, e sono sceso nella metropolitana che mi riporta a casa. Le fermate della linea rossa scorrono. Ho visto le metropolitane di mezzo mondo, eppure se solo questa posso dire di amarla, è perché nei linoleum consumati e nel rosso delle stazioni, che è diventato via via un ruggine autunnale, leggo il contrario di un “per sempre” in vetrocemento.

Come se fossi tornato al liceo davanti al foglio di un tema d’italiano, la rifinitura del pensiero mi appassiona; e con un pezzetto di lingua puntato fuori dalle labbra (il calcolo ingegneristico, anziché liberarmi dal tic, lo ha accentuato) scrivo nell’aria, sopra le teste dei passeggeri, questa frase: ‘Per sempre’ non è ciò che rimane immutabile, senza mai un graffio, una scalfittura o una piega. ‘Per sempre’ sono le cose che conservano un segno di noi. Poi vado avanti di slancio. Come la cartella di cuoio di mio padre, leggera e col manico solo cucito, nella quale entravano pochi disegni e al massimo uno, due libri di calcolo strutturale con la copertina verde telata. L’ho usata anch’io da studente e poi nel mio primo lavoro: stringere leggermente nel manico morbido la forma di una mano diversa dalla mia mi ha dato per un po’ la sensazione di essere ancora accompagnato; e quando ho deciso di sostituirla, ho voluto che quella nuova avesse tutti i presupposti di un vero “per sempre”: pelle non troppo lucida, struttura sostenuta ma che risponde con pieghe famigliari alle abitudini del proprietario, grana visibile che accoglie i segni, compresi quelli profondi, e piano piano li ingloba.

L’ascensore del palazzo ha dato uno scossone e iniziato la sua lenta salita. Mentre concludo con un pensiero un po’ banale sulla sorte che mi ha concesso di vivere a un terzo piano dalle parti di piazza Piemonte e non a un trentaseiesimo dell’area di espansione di Chongqing, accarezzo la cartella e ci batto sopra, teneramente, due volte.

E’ di un bell’azzurro chiaro. Quando l’ho scelta e mia moglie mi ha chiesto se non fosse un po’ troppo fantasiosa per un ingegnere, ho risposto: – Perché no? Dopo tutto, costruisco grattacieli.