Per Giulio. Torturatori, bombardieri, professori

 

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Giulio era uno studioso di organismi sociali. Ora che una morte atroce ha smesso di gravargli addosso ed è ricaduta nella piazza dei media per diventare tema del giorno, pensiamo che osservarla muoversi in questo dopo, non sappiamo quanto lungo, gli interesserebbe.

Non occorre soffermarsi sulla versione delle autorità egiziane. Quasi cristallina nel mostrare l’impassibilità di un sistema poliziesco, si basa sulla negazione di ciò che è da subito evidente: Giulio arrestato illegalmente e ucciso in un luogo di detenzione neppure così segreto, visto che un testimone della prima ora dichiara a Fiorenza Sarzanini del “Corriere” che lì, nell’area dove il corpo viene abbandonato, è stato portato pure lui, poi liberato dai suoi torturatori sotto minaccia di morte se avesse parlato.

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Neppure ci rivela qualcosa in più il fiume di voci che naturalmente si ingrossa per chiedere verità e giustizia. (Non al punto da straripare, però: nel momento in cui scriviamo, Linkedin , di cui Giulio, con il suo profilo internazionale, dovrebbe essere un modello virtuoso, gli dedica appena quattro post di Pulse. Tre sono messaggi di solidarietà dal mondo, uno riproduce in slide l’inchiesta che “Panorama” imbastisce con sospetti intorno a Regeni collegato a gruppi marxisti egiziani e ad amici della fratellanza mussulmana fotografati in prima fila al suo funerale).

Quando, a dieci giorni dal ritrovamento del corpo di Giulio, arriva il contributo che illumina la scena e ne traccia con fredda esattezza il perimetro, pochi se ne accorgono. Lo firma sul “Corriere della Sera” Sergio Romano, ex diplomatico e osservatore di scenari internazionali. E’ qui che si anticipa con assoluta chiarezza che cosa potrà e che cosa non potrà accadere. Mentre i cronisti – Sarzanini già ricordata del “Corriere”, Bonini di “Repubblica”, Paci della “Stampa” – fanno il loro mestiere di indagare e ricostruire, Romano è già altrove, più avanti dello sviluppo delle indagini perché su un altro piano. Ciò che scrive li fa apparire quasi ingenui nel loro attaccamento a una realtà dove si succedono luoghi e persone: marciapiedi sbrecciati, scale del metro, vie e case giallastre del Cairo da ripercorrere, cercando e interrogando fino al punto esatto dove un ragazzo ha lasciato la sua vita impegnata e felice per imboccare un tunnel di morte durato – oggi lo sappiamo – sette giorni.

Romano, diversamente da loro, inizia spingendo lontano il dolore e riducendolo a un episodio. La morte di Giulio diventa un “atto”:

“Nella prospettiva del Cairo la riparazione di un atto ingiusto e crudele è molto meno importante, in questo momento, della efficacia del dispositivo di sicurezza con cui il Paese si difende dai jihadisti dell’Isis e dalla fazione radicale della Fratellanza musulmana”.

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E’ la voce della realpolitik che si fa sentire – raziocinante e attenta al quadro nel suo insieme assai più che alle figure che lo compongono. E fin qui nulla di strano. Ma è anche molto di più. E’ una voce che parla da una distanza incolmabile, dove le grida delle vittime della Storia arrivano molto attutite. Pur non esercitandolo, essa è talmente contigua al Potere da parlare per esso. Gli appassionati difensori della verità e i tristi, disincantati italiani del “se l’è cercata” continueranno a scontrarsi nelle piazze della rete, ma la voce distante nessuno la citerà, né in bene né in male (i commenti online all’articolo di Romano chiudono a quota venti, e uno è nostro), perché la sua particolarità è di non appartenere alla sfera di relazioni, gesti, contatti anche fisici che definiamo vita.

Invece ossa sangue cartilagini, come la tortura che le strazia, sono vita. Ed ecco allora che il ragionamento di Romano deve allargarsi e costruire dentro il suo spazio ordinato un posto dove le prove biologiche di ciò senza ombra di dubbio è accaduto possano essere depositate senza sporcare. Ognuno di noi – è la lezione di Romano – deve disporsi ad accettare i metodi della sicurezza egiziana. Metodi la cui necessità, non per nulla, è paragonata a quella affrontata a suo tempo da paesi nostri simili – anzi, avanti a noi in fatto di garanzie – come Gran Bretagna e Stati Uniti:

“E sappiamo che non vi è purtroppo un forte sistema di sicurezza, in un Paese minacciato dal terrorismo islamista, se il governo non lascia ai suoi servizi di polizia un certo margine di libertà. Possiamo indubbiamente deplorare i mezzi con cui il maresciallo Al Sisi ha conquistato il potere e la brutalità con cui impedisce alla stampa di fare il suo lavoro. Ma dubito che un governo straniero possa persuaderlo, in questo momento, a modificare i suoi metodi. Che cosa sarebbe successo se avessimo preteso di spiegare al governo britannico quali erano i metodi accettabili per la lotta contro il terrorismo dell’Ira (Irish Republican Army). Che cosa sarebbe successo se le democrazie europee, dopo gli attentati alle Torri Gemelle, avessero detto al governo americano che i metodi della Cia erano intollerabili, che Guantanamo era un orrendo lager, che non era giusto rapire un imam nelle strade di una delle nostre città per trasferirlo in un Paese (spesso, guarda caso, l’Egitto) dove sarebbe stato torturato? È probabile che in quel momento e in quelle circostanze la risposta britannica e quella americana sarebbero state meno educate di quella ipocrita, ma cortese, con cui il Cairo reagisce alle nostre sollecitazioni”.

Scorrere queste argomentazioni e sentirsi invadere dalla rabbia è facile. Facile figurarsi di essere per un momento faccia a faccia con il loro autore per chiedergli se ai genitori di Giulio parlerebbe di margine di libertà lasciato ai servizi di polizia e se pensa che basterebbe, davanti a loro, deplorare.

Ma Sergio Romano è un uomo di lunga esperienza, uno studioso di vasta cultura e un commentatore ben informato. A noi, leggerlo non fa venire voglia di gridare. Piuttosto abbiamo provato il senso di rassegnazione che danno le cose destinate a ripetersi inevitabilmente: ci sarà sempre qualcuno, più o meno provvisto di dottrina politico-economica, a ricordarci che contano più lo Stato, l’Azienda o il Mercato della vita di un singolo uomo. E alla rassegnazione è seguita una specie di spavento. Lo spavento che ci coglie nello scoprire qualcosa di terribile in ciò che sembrava familiare.

Perché la figura di Romano ci è familiare. Guidati dalla voce che alla radio formula discorsi pronti da trasferire tal quali sulla pagina scritta, e dalla cura sartoriale del vestire che si coglie in ogni fotografia, lo proiettiamo sullo sfondo caldo e rassicurante degli ambienti che un ex-diplomatico passato all’insegnamento ha frequentato. Le poltrone e i tappeti delle sedi diplomatiche, le aule di università, una bella biblioteca e un grande tavolo da lavoro. Le mani di Romano, che ha superato gli ottant’anni, sono mani levigate dal contatto con i libri. Mani lontanissime dalla massa dei corpi che in questo stesso momento sono materia della storia e che appaiono, come in un’istantanea, nel reportage di Carlo Bonini a colloquio con il magistrato egiziano titolare del “caso”:

“Per raggiungere l’ufficio al terzo piano del procuratore aggiunto di Giza, Hassam Nassar, bisogna farsi fisicamente strada tra detenuti in manette accatastati sulle scale … Hassam Nassar è un magistrato giovane, dai capelli e gli occhi scuri, e dai toni cortesi, vestito in un elegante abito blu di taglio occidentale che fa a pugni con gli stracci di cui è vestita l’umanità dolente che fa anticamera in lunghi corridoi separati da inferriate, come in un carcere.”

Perciò solo immedesimandosi il professor Romano avrebbe potuto toccare la parete scrostata della cella dove Giulio è stato portato, fissare l’orrore e la banalità degli oggetti che ne hanno accompagnato la fine: una lurida scrivania, il ferro sgangherato di una sedia. Un moto dell’immaginazione è ciò che avrebbe mitigato con un sussulto di coscienza il raggelante pragmatismo del suo intervento sul “Corriere”.

Lo spavento nasce dal constatare che uno scrittore, nutrito della stessa humanitas che ha nutrito noi, ne sia incapace o abbia inibito in sé questa facoltà fino a spegnerla.

Siamo ad aprile. Il contributo di Sergio Romano, sul quale ancora nessuno si sofferma, sta mostrando tutta la sua triste e fredda lungimiranza. A meno che qualcuno, come Paola Regeni, picchi più forte alle porte del Potere, tutto si spegnerà. E a Giulio – se dal riposo e dall’assenza che non voleva osserva ancora il conflitto del mondo – possiamo solo indicare i suoi simili e amici, quelli che davvero avrebbero saputo parlare per lui. Sono i senza potere, come Pier Paolo Pasolini, Fabrizio De André o Goffredo Parise. Italiani grandi perché hanno investito la loro smisurata dote di poesia sempre dal lato della vita e della società che non confida né sulla ricchezza, né su una conoscenza privilegiata, né sulla forza. Se solo lui l’avesse voluto, la carriera accademica e la vivacità intellettuale avrebbero sospinto il Giulio degli anni futuri verso i livelli alti della politica e delle decisioni, facendogli conoscere anche le smussature e le reticenze che si richiedono a chi frequenta quelle stanze. Ma essendo andata così, i suoi compagni rimangono questi. E’ un’appartenenza di sempre, antropologica, basata su una insanabile differenza. Una linea nascosta che emerge davanti all’estremo, quale è la morte di Giulio, e su cui ci si schiera ancora di qua o di là.

Stanno con Giulio gli studenti di Bologna che hanno interrotto la lezione del professor Panebianco. Lo sappiamo perché, dietro la rozzezza e perfino una certa ignoranza del loro modo di comunicare, immaginiamo le urgenze che volevano portare fin dentro l’aula: corpi e ancora corpi – non violati in una camera di tortura questa volta, ma schiacciati dai calcinacci e coperti dalla polvere che si posa dopo ogni bombardamento.

Se invece riesca ancora ad essere dalla parte della verità e della giustizia per Giulio un giornale libero come “Repubblica”, è una domanda che tocca l’aspetto più difficile di quella ricerca sul campo cui lo stesso Giulio si dedicava. Ovvero: quale grado di consapevolezza e di controllo siamo in grado di esercitare sulle nostre azioni noi, che siamo insieme testimoni e parte in causa del nostro tempo?

A “Repubblica”, nella rappresentazione della morte di Giulio dopo la sua morte, tocca la scena del grande scoop. A pochi giorni dall’incontro tra magistrati italiani ed egiziani e nel clima di buona volontà che il nostro governo vuole favorire, Mario Calabresi decide di saltare tutti gli intermediari e va a interrogare la sfinge. Nella lunga intervista, il maresciallo Al Sisi ha modo di presentarsi di volta in volta come l’uomo sulle cui spalle pesa il destino di un paese, o come l’alleato chiave in un’area per noi decisiva. Ma quando, a un certo punto, si rivolge “da padre” ai genitori di Giulio, è lì che, per capire davvero a cosa stiamo assistendo, occorre di nuovo immaginazione.

Ci aiuta il ricordo di un film. Nella tesa sequenza che apre “Garage Olimpo” di Marco Bechis, c’è un ufficiale argentino che rientra a casa per il pranzo, saluta sua figlia e una compagna di studio, e va a riposare. Sotto il letto, collegata alle molle, lo aspetta una bomba. E noi, che abbiamo visto la giovane studentessa piazzarla febbrilmente non senza rivolgere uno sguardo disperato alla compagna, ci chiediamo che casa sia quella dove normalmente un padre torna dal lavoro in un centro di tortura. E se non somigli alle case di Al Sisi e a quelle di chi comanda la catena dei suoi apparati.

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Intervistando Al Sisi Repubblica inconsapevolmente ha lavorato per la normalizzazione decretata fin dall’inizio nelle parole di Romano. Quello stato mentale che ci fa accettare allo stesso modo, ponendo tutto su un piano di non-realtà, il corpo sfigurato di un ragazzo e un ufficiale in abiti borghesi, che parla come un padre ed è a capo di un apparato repressivo brutale.

È verso questa incapacità di rivoltarci che tutti scivoliamo mentre sulla tomba di Giulio, a Fiumicello, deve essere arrivata la primavera e, presto, sarà estate.

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