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Officina Splendore. Racconto per i gioielli dell’Officina Bernardi

 

L’Officina, fatta di tre o quattro capannoni più uffici costruiti negli anni, sorge proprio sotto il contrafforte del Grappa. Il Grappa è un monte scuro, massiccio e consumato. E come i rilievi molto antichi non ha le verticali vertiginose e turrite di una vera montagna, ma sembra tutto d’un pezzo, quasi impenetrabile. In realtà, oltre alle gallerie della Grande Guerra che lo bucherellano come un formaggio, è percorso da strade nascoste. Lungo i tornanti, misteri locali (una donna polacca andata sposa a un professionista, ritrovata morta in fondo a una scarpata) e corse d’auto, coupé o berline grosse e molto potenti come quella che mi aspetta alla stazione di Vicenza. Mentre sfrecciamo verso Romano d’Ezzelino, Francesco Bernardi, fondatore dell’Officina col fratello Carlo, fa il pelo ai gelsi. Questa campagna, dove è nato e continua a vivere, sembra gli vada stretta.

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L’Officina dunque fronteggia un territorio misterioso e primitivo, barbaro. Grappa da “krap”: roccia, sasso. Non nel latino della civiltà che, impiantata qui dalle legioni romane, si è estesa in rami dell’altezza di Andrea Palladio, bensì nelle lingue precedenti, parlate da genti dimenticate che mi immagino immobili sulle rupi, tra la nebbia e gli alberi neri, intente a guardare che cosa succede giù, a valle. E giù adesso si producono catene: chilometri di catene d’oro e d’argento di tutte le forme, che escono dai macchinari ideati da Francesco e Carlo e vanno – anonime – a comporre gioielli su cui altri metteranno la loro firma.

Il lavoro da consulente mi ha portato fin qui, difficilmente sarei venuto altrimenti. Fare il consulente è come andare a curiosare in casa d’altri. Quando la casa è un’azienda, dentro, da qualche parte, si nasconde il sogno delle persone che l’hanno fatta. Quello di Francesco e Carlo, intrecciato al successo mondiale delle anonime catene, è una linea di gioielli tutta loro, che hanno chiamato “Officina” perché fa risplendere il metallo grazie a un tipo di taglio geniale e tutto industriale. Sicchè l’Officina Bernardi – chiosa orgogliosamente Francesco con perfetta sintesi di marketing – è il contrario di Buccellati: l’arte, da loro, la fanno le macchine.

Da copywriter, cioè scrittore a servizio, il mio compito sarebbe di dare una voce all’Officina: purtroppo, alla fine di questa storia, risulterà che ogni mio tentativo di trovarla si è perso nell’aria. Saltiamo pure il rituale del mestiere: una lunga serie di riunioni e presentazioni, in cui il consulente illustra quel che ha pensato di fronte a un committente il più delle volte intimidito, quasi mai entusiasta. Il titolo migliore che mi riesce di scrivere in mezzo a tante fantasie zoppe (ma la creatività commerciale è sempre un tentativo di volo zavorrato dal marketing) dice così:

TUTTO QUELLO CHE SO DI TE È LUCE.

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Francesco Bernardi, che ha già bocciato tutto il resto, salva questa frase, e io sento che forse la cosa che aveva in mente mentre mi mostrava la macchina di precisione che intaglia piccoli astri nel metallo si fa un po’ più vicina.

“È buona questa, perché parla direttamente a chi ‘sti gioielli li deve portare.”

“Vero.”

“Ma la luce non va bene. Quello lo abbiamo già detto, lo sanno tutti.”

“Tenga conto, signor Bernardi, che la luce è la nota distintiva del nostro prodotto.”

“Sì, ma con ‘sta luse abbiamo già rotto i coglioni e non ha funzionato. Funziona la cosa detta direttamente: il fatto che parliamo a una donna o anche a un uomo di oggi, e gli diciamo che noi, Officina Bernardi, lo conosciamo. La luce dobbiamo toglierla.”

Naturalmente ha ragione lui. Il titolo, se lo lasci aperto, è un vero incipit. Un brillio che si accende e sparisce, come certe stelle nel cielo buio sopra il Grappa. È pubblicità, e tuttavia, la luce non nominata diventa quello che una persona – una donna per esempio – potrebbe notare di un’altra, incrociata per caso in un campo veneziano. Un racconto non proprio stupido insomma. Per esempio così:

 Il video si apre su una panoramica della laguna di Venezia vista da Cannaregio. Il cielo è grigio. In lontananza, gli impianti industriali di Mestre.

 Una casa che sembra un magazzino riattato o un deposito teatrale: ci sono maschere, costumi su manichini, remi, pacchi di vecchi giornali, ritratti antichi, lanterne, un salotto rococò sfondato. Un’unica lampada elettrica industriale, che pende dall’alto soffitto protetta da una rete metallica arrugginita, diffonde una luce fioca. Una donna è seduta davanti a un piccolo specchio macchiato. Dagli orecchini che si mette ai lobi e da un braccialetto sembra improvvisamente che si sprigionino scintille, le quali rimangono ancora per un po’ nella penombra dopo che lei è uscita chiudendosi alle spalle il pesante portone.

Totale panoramico del Bacino di San Marco visto dalla Giudecca.

Un altro interno. Questa volta si tratta di una casa essenziale, arredata con pochi pezzi di design storico. Colpisce l’assenza di oggetti personali, la casa è quasi uno spazio vuoto. Un’elica di nave o di aeroplano, montata su un piedistallo come una scultura, domina l’ambiente. Su un’altra base c’è una grande testata di motore. Una donna sta per uscire. Quando spegne l’unica luce – una lampada Arco di Achille Castiglioni -, la vediamo per un attimo come un’ombra nera nel vano della porta. Attorno al collo e al polso sinistro ha diversi giri di minuscole scintille.

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 STACCO. La prima delle due donne in attesa del vaporetto a una fermata solitaria e battuta dal vento. Il suo abbigliamento è un misto di epoche diverse: un lungo cappotto con alamari da cui spuntano delle sneakers colorate. Ha con sé diverse sacche, come un clochard. La donna fissa le onde. La mdp stringe sul suo profilo e sul dettaglio di un orecchino che brilla nonostante non ci sia il sole.

STACCO. La seconda donna sale su un motoscafo taxi. Indossa un tailleur scuro di taglio maschile, molto elegante. Quando il motoscafo attracca a un piccolo pontile di lato a un palazzo del Canal Grande, la donna si aggrappa alla mano del pilota, perché le onde fanno oscillare lo scafo. Lo sguardo dell’uomo viene attratto dalle perle metalliche del braccialetto, da cui si sprigiona un magico brillìo.

Montaggio incrociato di due soggettive: le due donne che camminano per Venezia. Attraversano ponti, svoltano per calli strette e deserte, soporteghi bui, poi imboccano, l’una in senso opposto all’altra, una via larga e affollatissima di turisti. Passandosi accanto si urtano, e la donna in tailleur scuro nota il pendente che brilla all’orecchio della donna/clochard. Si volta di scatto, ma è un attimo: la donna con il lungo cappotto scuro è come inghiottita dalla folla volgare e chiassosa di turisti che si richiude alle sue spalle.

La donna dal tailleur scuro prova a inseguirla, guidata da piccoli lampi di luce che ogni tanto riesce a scorgere come un faro. Ma è inutile, la massa di persone – sempre più simile a un’onda sporca che ricopre tutto – chiude ogni via.  Allora la donna elegante si ferma, cerca sul lastricato e si china a raccogliere due perle di metallo lucente. Sono identiche a quelle del bracciale e della collana che porta.

Inquadratura stretta del palmo della mano con le due perle come due lucciole.  La mano si chiude a pugno.

Super: Tutto quello che so di te.                                                                         

           Officina Bernardi – San Marco 110 Venezia 

STACCO. Notte. La prua di una barca solca l’acqua scura della laguna. Qualcuno dalla barca lascia cadere dei gioielli fatti di perle d’oro e d’argento. La mdp segue sott’acqua i gioielli che affondano, fino a quando la loro luce scompare.

 

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Un giorno, a margine di una delle tante riunioni in cui il progetto cambierà forma fino a perdere d’interesse e arrestarsi, ho fatto ai due fratelli Bernardi delle domande su di loro, i loro interessi oltre l’azienda di successo che hanno costruito.

Francesco mi ha raccontato della sua laurea in sociologia e dei libri che ha letto, di autori come Orhan Pamuk e Elias Canetti ai quali si è appassionato dopo una vita di lavoro perché, dice, in ogni libro avrebbe voluto entrare per scoprire che cosa c’è dentro le pagine. Nei salotti raffinati che non ha frequentato, Francesco sarebbe stato un uomo apprezzato per tolleranza e apertura mentale. Ascoltandolo parlare come niente fosse di grandi aeroporti internazionali e fiere in sconosciute città cinesi, ho l’impressione che vada per il mondo con la curiosità di un Marco Polo e la leggerezza improvvisata di Comisso e Parise.

L’ultimo aneddoto lo vede a Glasgow, mentre sfila il gay pride locale. Francesco di punto in bianco ha deciso, è entrato nel corteo e percorre con la folla colorata parecchi chilometri. Sua moglie si è tenuta ai margini,  ma lui per tutto il tempo non la perde con gli occhi, e lei per tutto il tempo gli ha sorriso.

Carlo non è debordante e non inframmezza il discorso di bonarie imprecazioni come fa Francesco. Vive gran parte dell’anno a New York, ma poi torna sempre a Borso del Grappa, che dall’Officina si vede, disteso sul pendio nero del monte. Quando ci siamo parlati, si stava curando dal suo dentista e aveva metà faccia gonfia. A Manhattan, dove ha gli uffici, succede che qualcuno, attratto dal luccicare del suo braccialetto, lo fermi per strada. “Hanno delle potenzialità questi gioielli”, dice guardandomi negli occhi “basterebbe trovare il modo di farli conoscere”. Poi ricorda di essere stato al Metropolitan e di aver visto esposti nelle teche dei monili antichissimi. “I òmini”, conclude sorridendo quel tanto che gli è possibile “han sempre voluto metterse qualcosa al collo. Così, per ornamento”.

CimaGrappa