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Fratelli. Scrivendo per Nardini (la grappa degli Italiani)

 

Succede che un lavoro non veda la luce.

Succede che il consulente lavori e lavori intorno a immagini e pensieri racchiusi in una marca; che li faccia uscire, come ombre da una lanterna magica, in vista di un grande ritorno della marca stessa alla comunicazione. E poi non se ne faccia niente.

Succede – ma questo è molto più eccezionale – che nel frattempo arrivi una pandemia.

Allora tutti – intellettuali, gente che riflette in pubblico sui giornali, tutti a dire che quello di cui si parlava prima e i modi in cui se ne parlava, non valgono più. Bisogna parlare di cose più alte. Perché perfino il ruolo che le merci hanno nella vita delle persone, e quello delle marche – il cui scopo, di solito, è vendere vendere vendere – è di colpo cambiato.

Alle marche, ai loghi stampati sulle confezioni tocca adesso il compito di ricomporre per un’umanità smarrita almeno la parvenza della perduta normalità.

In fondo, mentre spauriti per la prima volta ci mettevamo in fila per entrare all’esselunga e ci aggiravamo per i corridoi al ritmo del nostro respiro chiuso dentro la mascherina – in fondo, non ci siamo scoperti fratelli nel gesto, fin lì compiuto distrattamente e meccanicamente, di prendere e deporre dentro il carrello quel che ci serve a vivere?

Questa è stata la fase 1. Cui è seguita – molto meno ambiziosa – la fase 2.  Luca Sofri, qui, ne ha riassunto bene il senso.

Qui sotto invece c’è  il tentativo di far dire a una marca quello che nella fase 1 poteva tentare di dire.  Qui quello che effettivamente ha detto.

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“La trasparenza di questa bottiglia, la stessa da più di due secoli,

è la lente magica attraverso la quale possiamo rivedere tutta la nostra storia.

Anche quella di oggi. E non è come bere un bicchier d’acqua.

In un momento terribile, in cui ci sentiamo di nuovo fratelli

e cerchiamo simboli attorno ai quali stringerci,

una marca può fare modestamente qualcosa:

AIUTARCI A RICORDARE CHI SIAMO.

Noi siamo i discendenti di quelli che hanno coltivato queste campagne

e per scaldarsi in inverni che allora erano molto più duri,

potevano contare su due cose soltanto: un focolare e un po’ d’acqua di vita.

Siamo i nipoti di quelli che, venuti da regioni quasi sconosciute le une alle altre,

hanno combattuto fianco a fianco e condiviso, oltre alle fatiche e al dolore,

un sorso che ridava forza e consolava.

Siamo i figli di padri molto meno raffinati di noi,

ma capaci di reinventare un Paese e la sua immagine mentre,

seduti al tavolino di un bar di periferia,

sognavano quello che il giorno dopo avrebbero realizzato

con la creatività straordinaria del loro lavoro.

Noi siamo un distillato d’orgoglio.

Capaci come nessun altro di resistere, rialzarci e ripartire.”

DEDICATO AGLI ITALIANI,

da Nardini.

Botticelli

“Primavera non bussa”. Milano covid-19

Hai fatto il casino e adesso ci vai tu.

Me ne stavo davanti al portoncino che dà sulla via – una via che però ha il respiro largo di un boulevard e anche per questo ci siamo andati ad abitare giusto undici mesi fa -, quando le due donne lunghe sono arrivate in scarabeo. Lo scarabeo è vecchio e sta appuzzando il marciapiede tutto intorno. Le donne lunghe si somigliano. Devono essere madre e figlia. Di traverso, sulla predella, trasportano una borsa gialla esselunga bella piena.

Mamma e figlia sono giovani. Facciamo cinquanta la mamma, venti la figlia, ma vestite giovani tutte e due. Giovani come si possono vestire due lunghe magre con gambe come grissini. Mentre le osservo smontare e intanto litigare nel modo così divertente in cui litigano madri e figlie quando si somigliano molto, riconosco le proprietarie della panetteria dove vado, mascherato, a comprare il pane in questi giorni.

Viste così – pantaloni di cotone della tuta e scarpette coloratissime, jeans skinny, docmarten’s, piumino leggero e casco in mano – sono più giovani di come appaiono dietro il banco. Come fosse qualcosa di sospeso nell’aria, la madre coglie la mia disposizione a non farmi i fatti miei. Con occhi azzurro spento, senza nemmeno accennare alla ragazza che intanto fa contrappeso al cavalletto, si rivolge a me. E lo dice di nuovo:

– Il casino l’ha fatto lei.

Poi non sta più parlando né a me né alla ragazza, parla a tutti e due insieme, oppure direttamente al vuoto della strada, rigato solo dal viavai dei merli.

Il fatto sembra sia questo. Qualcuno telefona per una torta, assicurando che passerà a ritirarla entro le quattro, ma alle sette ancora non si vede nessuno. Alle sette e dieci, quando era già ora di tirar giù – “in un bel mortorio ci troviamo: una piazza che si stava aperti fino alle nove di sera” -, ecco entrare un altro cliente, che cerca disperatamente un dolce. Poteva finire così, con la torta venduta. Ma lei – la figlia così uguale che fino a poco tempo fa le confondevano e ”adesso che non si può nemmeno più andare dal parrucchiere, chissà” – risponde al cellulare mentre sono già sullo scooter. È il cliente, il primo. E invece di dirgli che non c’è più nessuna torta, “che l’avevamo buttata”, combina il casino.

Mentre mi sforzo di mantenere la distanza a cui tutti ci stiamo abituando (prima, per far sentire a un interlocutore che stavo con lui, mi avvicinavo) penso alla città e al tempo. Un tempo che, per chi resta vivo, assomiglia sempre più a un eterno week end, dove eventi normalmente destinati a confondersi col pullulare dell’esistenza si trasformano nel climax punitivo di una fiaba triste : una torta ordinata e mai ritirata, una ragazza smemorata che risponde al telefono, un cliente risentito che per risarcimento pretende pane e pasta di pizza e naturalmente, data la situazione, impone che glieli portino a domicilio.

Con le lunghe ginocchia piegate dentro i pantaloni della tuta chiari – gli stessi che forse fino a qualche giorno fa metteva per andare in palestra -, la madre rimane seduta sul gradino. Gli occhi azzurri incavati, appare sconfitta. Del monologo confessione restano a mezz’aria tra lei, me e la figlia appena dei fiati. “Se vado io ci litigo,” “mia mamma malata”, “oncologia” e “finito qui”.

La ragazza intanto ha sollevato a due mani la borsa e l’ha posata sulla sella. Insieme al pane, dentro lo stesso sacchetto bianco di carta, prende in braccio – questa è la parola giusta – un involto morbido, quasi una cosa viva ma inerte come un neonato addormentato.

Un riso o sorriso smemorato le scopre le gengive rosa e il cavo della bocca fresco. Fin qui non ha detto una parola. Ma mentre mi passa davanti per cercare il nome sulla placca d’ottone dei citofoni, la mascherina tirata sotto il mento, sembra che alzi gli occhi al cielo e ancora sorrida, o forse ride.

È in quel preciso momento che mi rendo conto che – se ancora esiste – il senso sta lì, sotto gli alberi rifogliati da poco dove sto per assistere al grande evento – la notizia che nessuna cronaca metropolitana avrà raccontato e ricorderà.

Il suo avvento.

La voce della madre che la insegue e ridiventa aria, e lei, Primavera – la Primavera di quest’anno di disgrazia 2020 – che con labbra di carne e capelli di grano si fa avanti leggera e suona.